mercoledì 29 febbraio 2012

Non solo sport - Lacuna Coil

Lacuna Coil: oscurità e spirito

Irresistibili. Forti. Intensi. I Lacuna Coil, oramai band sulla cresta dell'onda nell'ambito del gothic metal nostrano e non solo, tornano con un nuovo album. Un ritorno alle origini, potremmo dire, dopo un'album più sperimentale e meno dark come è stato "Shallow life". "Dark adrenaline", il nuovo lavoro della band milanese, è un ritorno a quelle sonorità più cupe, dure e introspettive che hanno sempre caratterizzato i Lacuna Coil. La solita grinta di Andrea Ferro alla voce, le chitarre con i riff più forti da parte di Marco Biazzi, sempre intenso con il suo suono molto chiaro, netto, deciso. Il basso coinvolgente di Marco Coti Zelati, e poi lei, il frontman assoluto della band, Cristina Scabbia. La sua voce, la sua intensa vocalità, un pilastro insostituibile, una tecnica straordinaria. La si può oramai inserire tra le cantanti italiane più brave, aldila' del genere. Davvero bello l'album. I Lacuna Coil che ti aspetti, pezzi molto forti, a cominciare dal primo "Tripp the darkness", singolo che si sente molto spesso nelle radio settoriali e non solo: gran pezzo, testo molto intenso, sonorità molto accentuate. Tutto il resto del disco si mantiene più o meno sempre sullo stesso livello. Chi ha sempre seguito loro, riscopre il sound consueto, la loro prerogativa. Ciò che ci colpisce di più è la grande maturità di questa band, che non si smentisce mai e, che non a caso, è cresciuta come seguito, come fans, raccoglie oramai tanti commenti positivi, è diventata una vera e propria realtà musicale nel panorama italiano e non solo. Le loro apparizioni nei festival metal anche europei sono frequenti. A livello internazionale l'Italia può, dunque, contare anche su di loro. Si può discutere sul genere, ancora molto profondamente di nicchia, ma non si può non apprezzare la bravura di questi ragazzi. La loro passione verso la musica è coinvolgente, sincera, incredibile. Sin dai loro esordi, fatti di momenti anche non facili. Quando parti da zero e quando, soprattutto, il tuo genere non è conosciuto, non è popolare, non è orecchiabile, si fa dura, molto dura. Si fa fatica a farsi conoscere, c'è molto pregiudizio. Se parli di metal ti guardano male, pensano che tu sia strano, in qualche modo "non popolare", oserei dire "non normale". Purtroppo, in Italia la cultura conservatrice non ammette novità, non ammette qualcosa che sia diverso dal normale, dal ciò che è commerciale. I Lacuna Coil hanno cercato di sfatare questo tabù, e piano piano ci stanno riuscendo, con merito, con consapevolezza. Certo, il genere è particolare, può piacere e non piacere, ma occorre sempre ascoltare prima giudicare. Per chi come il sottoscritto segue il rock e il metal in particolare, considera i Lacuna Coil un orgoglio per il rock nostrano e, nel caso specifico, per il metal. Un plauso, dunque, ai nostri amici Cristina, Andrea, Marco Biazzi, Marco Coti Zelati e Cristiano. Un album ancora una volta bello, dopo un esperimento coraggioso e, forse, non molto apprezzato da molti che, forse, avrebbe avuto e dovuto avere maggiore considerazione. "Dark Adrenaline" è consigliabile per chi ama un certo genere. Perchè il metal è anche passione, introspezione, coraggio.

M. C.

martedì 28 febbraio 2012

Test MotoGP a Sepang

Stoner e Pedrosa al top nei test, Rossi a 1''5

Honda velocissima nei test invernali della MotoGP a Sepang: Lorenzo con la Yamaha chiude a quasu sette decimi. Indietro le Ducati: Hayden è sesto a 1''2, Rossi chiude ottavo. Male anche Dovizioso

SEPANG, 28 Febbraio – Casey Stoner è il leader nella prima giornata dei secondi test invernali della MotoGP. Sulla pista di Sepang in Malesia il pilota della Honda ha chiuso in 2'01''761, precedendo di due decimi e mezzo il compagno di squadra Dani Pedrosa. Stoner ha girato per soli 16 giri, dimostrando ancora di essere il pilota da battere. Terza piazza per Jorhe Lorenzo con la Yamaha, che è apparso attardato rispetto all'ultima uscita di fine gennaio e prende dal campione del mondo 675 millesimi. Peggio ha fatto il suo compagno di squadra Ben Spies, che ha chiuso a 1'' dalle Honda. Alvaro Bautista con la Honda Gresini ha chiuso la Top 5 con un ritardo di 1''2.

HAYDEN MEGLIO DI ROSSI – Nicky Hayden si piazza al sesto posto con la Ducati Desmosedici GP12 terza versione, a 1''371 da Stoner, facendo meglio dell'altro ducatista Valentino Rossi che ha chiuso ottavo a 1''484, preceduto di soli 32 millesimi dalla Yamaha Tech3 di Cal Crutchlow. Il pesarese precede la Ducati satellite del team Pramac guidata da Hector Barberà, a tre decimi e mezzo da Rossi, mentre Stefan Bradl con la Honda LCR ha chiuso la Top 10 a oltre 2'' dalla vetta, estromettendo dai primi dieci Andrea Dovizioso con l'altra Yamaha del team Tech3. Per il romagnolo un ritardo beffa di soli 10 millesimi dal campione del mondo della Moto2, ma per lui c'è molto lavoro da fare sulla Yamaha M1. Tredicesimo tempo per un altro italiano, il collaudatopre della Ducati Franco Battaini che ha preso il posto di Karel Abrahams al team Cardion: il pilota ceco si era infortunato nei test della scorsa settimana a Jerez ed è stato costretto a rinunciare alle prove. Per lui oggi solo 5 giri, prima di cedere la Ducati satellite a Battaini. Il ceco soffre di una microfrattura alla scapola e di varie contusioni musolari che non gli hanno consentito di resistere a bordo della GP12 SAT.

Ecco i tempi ufficiali:

1 Casey Stoner Repsol Honda Team 2:01.761 - - 16
2 Dani Pedrosa Repsol Honda Team 2:02.005 +0.244 +0.244 36
3 Jorge Lorenzo Yamaha Factory Racing 2:02.436 +0.431 +0.675 22
4 Ben Spies Yamaha Factory Racing 2:02.819 +0.383 +1.058 31
5 Alvaro Bautista San Carlo Honda Gresini 2:02.959 +0.140 +1.198 24
6 Nicky Hayden Ducati Team 2:03.132 +0.173 +1.371 55
7 Cal Crutchlow Monster Yamaha Tech 3 2:03.213 +0.081 +1.452 27
8 Valentino Rossi Ducati Team 2:03.245 +0.032 +1.484 39
9 Hector Barbera Pramac Racing Team 2:03.612 +0.367 +1.851 24
10 Stefan Bradl LCR Honda 2:03.820 +0.208 +2.059 31
11 Andrea Dovizioso Monster Yamaha Tech 3 2:03.830 +0.010 +2.069 23
12 Colin Edwards NGM Mobile Forward Racing 2:05.510 +1.680 +3.749 25
13 Franco Battaini Cardion AB Motoracing 2:05.563 +0.053 +3.802 11
14 Ivan Silva Avintia Racing 2:08.109 +2.546 +6.348 32
15 Yonny Hernandez Avintia Racing 2:08.767 +0.658 +7.006 16

Non solo sport - La prepotenza del padrone


Pur non condividendo al cento per cento il fatto che un gruppo di persone unite da una passione calcistica (in questo caso il gruppo Taranto Supporters) si mettano insieme per raccogliere dei soldi per darli ad una squadra di calcio o comunque per metterli a disposizione di una società di calcio per poter in qualche modo darle una mano ( da questo punto di vista il tutto stride con una realtà quotidiana che dovrebbe un po tutti portare semmai a raccogliere fondi per le famiglie bisognose, per gli ultimi, per chi ha perso il posto di lavoro, per chi vive nell'incertezza, nelle difficoltà che la vita riserva loro fermo restando che semmai è la società sportiva con i suoi mezzi, i suoi contatti che deve trovare quelle sponsorizzazioni necessarie per potersi sostenere senza chiedere bisogno o aiuto a chicchessia e ci riferiamo anche e soprattutto alle istituzioni pubbliche), cio' che è accaduto nei confronti del Taranto Calcio e dei propri supporters è un qualcosa di difficilmente tollerabile. La ribalta nazionale sulla questione della sponsorizzazione della squadra di calcio del Taranto dimostra come il caso sia davvero clamoroso, incredibile, specchio di una realtà sempre più inquietante, realtà che stride con la logica, la normalità. Una semplice scritta su una maglietta che recitava "RespiriAMO Taranto" diventa improvvisamente un caso "politico", "morale", "giuridico". Una Lega Calcio che prima dà l'assenso e poi ritorna sui suoi passi; da qualche parte qualcuno è intervenuto e ha fatto fermare tutto. Una scritta che di certo non conteneva nè messaggi politici, nè messaggi incivili nè insulti. Una semplice scritta in cui i supporters tarantini hanno voluto rappresentare un proprio libero pensiero, in una città in cui tanto riscatto vuole e tanto riscatto pretende. Ma evidentemente questo è un Paese in cui non ti puoi esprimere liberamente perchè chi gestisce e spadroneggia nelle stanze dei bottoni ha il grande potere di metterti i bastoni, di fermare tutto perchè la cosa dà fastidio, dà una cattiva immagine di sè, innervosisce. La coda di paglia che il padrone della grande industria ha è talmente lunga e drammaticamente mastodontica che in questo episodio si vede e si nota bene. Se una scritta innocente su una maglietta provoca questo, allora ecco evidenziata la prepotenza del padrone perchè è talmente evidente che il padrone "ILVA" si è sentito toccato nel cuore, si è sentito parte in causa. "RespiriAMO Taranto" poteva essere per loro una sorta di richiamo ad una maggiore attenzione per la tutela dell'ambiente tarantino, oramai violentato e oltreggiato a dovere in tutti questi anni. Guarda caso il tutto all'indomani della grande manifestazione giovanile che si è tenuta fuori dal Tribunale di Taranto, laddove centinaia di studenti dei licei e non solo, senza nessun colore o riferimento politico ( e questo va detto e sottolineato a chiare linee per chi fa finta di non vedere, non capire e non informarsi, soprattutto) hanno espresso il loro dissenso, la loro contestazione e le loro perplessità nei confronti di un colosso industriale che, con sentenze alla mano, aldilà del caso specifico che in quelle ore si stava dibattendo, si è reso responsabile di un disastro ambientale e sanitario senza precedenti, il quale ha determinato una "malformazione" autentica dell'ecosistema tarantino, ha reso la città di Taranto, una delle città più a rischio in Europa. Dibattito che tra l'altro è ancora presente, vista l'ordinanza del sindaco Ippazio Stefàno che ha dato trenta giorni di tempo all'ILVA per mettersi in regola con avvertimento che in caso contrario scatterebbe la sospensione dell'attività produttiva. Ciò che ci appare incredibile è constatare come in un contesto, forse un po troppo, pubblico di una partita di calcio, in un contesto forse un po troppo popolare, in cui il ruolo dei media è più forte, un iniziativa del generale possa destare cosi fastidio tanto da permettere e da costringere chi organizza i campionati di calcio (quindi un'autorità giuridica competente e padrone a casa propria) a fermare tutto, a non dare più l'autorizzazione ad utilizzare quelle maglie per motivi "politici". Ma quale politica? Ma quali messaggi pericolosi? Ma quale sfida? Ma quale comportamento discutibile? E' l'ennesima dimostrazione di come la grande industria che da anni a Taranto mortifica la dignità e i corpi dei cittadini ha troppo spesso la possibilità di intervenire liberamente, senza rispettare le competenze altrui, può mettere il naso anche laddove non gli compete, ha questo incredibile potere gattopardesco con una grave connivenza  di certi poteri e di certi organi troppo supini allo strapotere del Grande Mostro. Ci dispiace questo e il tutto evidenzia ancora di più una situazione sempre più intollerabile in cui è venuto il momento di porre un freno. La città di Taranto in tutti i sensi ha il dovere di reagire. Ma di reagire davvero alla grande, con rabbia. Perchè i veri padroni di Taranto sono i tarantini, non signorotti ricconi venuti da Milano ad oltraggiare un intero territorio.

M. C.

Campionato Serie A - 25^ giornata

Campionato Serie A
25^ giornata 25/26 feb 2012

Atalanta - Roma 1 - 4
Bologna - Udinese 1 - 3
Cagliari - Lecce 1 - 2
Catania - Novara 3 - 1
Chievo - Cesena 1 - 0
Genoa - Parma  2 - 2
Lazio - Fiorentina 1 - 0
Milan - Juventus 1 - 1
Napoli - Inter 1 - 0
Siena - Palermo 4 - 1



La Classifica alla 25^

Milan 51
Juventus * 50
Udinese 45
Lazio 45
Napoli 40
Roma 38
Inter  36
Palermo 34
Chievo 33
Catania * 33
Atalanta 31
Cagliari 31
Genoa 31
Parma * 29
Fiorentina * 28
Bologna * 28
Siena 26
Lecce 24
Novara 17
Cesena * 16

* = una partita in meno

lunedì 27 febbraio 2012

F1 - Test a Montmelò

La seconda sessione di test invernali della Formula 1, quella a Montmelò dopo la prima di Jerez, si è conclusa con Kamui Kobayashi al vertice. Il giapponese della Sauber ha fatto segnare il tempo più veloce non solo della giornata, ma anche dell'intera sessione, ottenuto alla fine della mattinata (circostanza ripetuta in questi quattro giorni) con gomme a mescola soft. Inoltre ha anche percorso ben145 giri, distanza anche questa top dei test, che rappresentano più del doppio di una gara, dato che qui il GP si corre su 66 giri. 


Per valutare propriamente il tempo di Kobayashi, di 1'22"312, ricordiamo che Schumacher nei test dello scorso anno fece segnare 1'21"268, ma anche che le vetture 2011 sono state valutate di un secondo (e forse qualcosa in più) più veloci di quelle 2012, per via delle nuove norme sugli scarichi. Altri riferimenti possono essere la pole dello scorso GP a Barcellona, di 1'20"901 (Webber), e il giro più veloce in gara, in 1'26"727 (Hamilton). 



Sugli scudi in questi test anche Pastor Maldonado, secondo tempo odierno dopo quello migliore di ieri, sempre sullo stesso passo: 1'22"561 oggi (a due decimi e mezzo da Kobayashi), 1'22"391 ieri. Insomma, quello della Williams non pare uno sprazzo isolato. 

Sul podio immaginario sale pure Paul Di Resta, messosi con gomme supersoft a 8 decimi dal vertice con 1'23"119, ma anche 8 centesimi meglio di Jenson Button. 
É proprio il pilota della McLaren ad aver offerto oggi degli interessanti spunti di riflessione (o di... confusione) quando ha ottenuto il giro veloce con le Pirelli supersoft e poco dopo, con le hard, ha girato appena un paio di decimi più piano. Sappiamo bene che l'inglese è uno capace di andare forte con tutto e in qualsiasi situazione - purché con una macchina competitiva - ma questo può essere un segno più che indicativo delle caratteristiche delle Pirelli di quest'anno, il cui divario prestazionale fra le varie mescole non è più, appunto, molto marcato. Aggiungiamo che sempre Button ha provato ripetutamente le soft su serie di giri di una dozzina e più con perdita di resa solo all'ultimo, che si possono avere gli elementi per preannunciare un campionato interessante e "aperto" in merito allastrategia delle gomme. 



Tornando alla giornata, dopo Button abbiamo Felipe Massa e Mark Webber, con tempi rispettivamente pari a 1'23"563 e 1'23"774. Al di là dei crono molto vicini, va detto che per una volta i team Ferrari e Red Bull possono essere accomunati su più questioni. Fondamentalmente, quelle di non aver svettato (escludendo Sebastian Vettel il primo giorno con 1'23"265) e di aver lasciato un'impressione un po' dubbiosa in tutti. Non tanto per le pure prestazioni cronometriche in pista, quanto perché fermi un po' troppo spesso e un po' troppo a lungo ai box. 



Dal lato Ferrari si è giustificata la consistente pausa a metà delle giornate con la necessità diinterventi "lunghi" sull'assetto. Ma anche le varie soste non sono state sempre lievi, anzi. Poi si tratta sempre di come si vogliono vedere le cose, secondo il classico esempio del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno: la vettura può essere stata "stravolta" nei componenti e nelle regolazioni in modo da avere riscontri in tutte le situazioni tecniche possibili e accumulare così quanti più dati possibili, magari anche contraddittori ma (si spera) utili. Oppure pensare che quelli del Cavallino stanno ancora brancolando nel buio e cercando il bandolo della matassa... Come pure che ci sia stato qualche intoppo nei riscontri aerodinamici. Anche il posticipo di un giorno richiesto per i prossimi test potrebbe indicare la necessità di lavorare parecchio su questi dati (o sulle correzioni da apportare al progetto...). 



Il fatto che similmente pure la Red Bull abbia richiesto di posticipare di un giorno la prossima sessione di prove invernali, sempre a Barcellona, può indicare che ci sia qualcosa da sistemare. E forse anche più serio (o magari noie, ma numerose) che la Ferrari. In effetti oggi Webber non ha girato molto: 85 giri, meno anche dei 103 di Massa e poco più dei 70 di Kovalainen, che però almeno ha la "scusa" di aver dovuto sostituire il motore nel corso della giornata. Inoltre anche ieri si sono evidenziati problemi nei corso dei vari pit-stop. Sappiamo che sia Red Bull che Ferrari hanno la capacità di risolvere tutto (o quasi...) ma resta il fatto che il team "bibitaro" sembra aver perso quella patina disuperiorità e "inossidabilità" mostrata sinora. 



Certo, in entrambi i casi siamo ben lontani dai problemi strutturali mostrati dalla Lotus che ha dovuto abbandonare i test lunedì. Oppure da quelli di oggi della Marussia (in realtà la Virgin del 2011) che praticamente non ha permesso a Charles Pic di girare oggidì, per problemi disospensioni. 



Al contrario, la Mercedes pare proprio aver risolto del tutto certi piccoli intoppi all'idraulica e al cambio delle prime due giornate, tanto da aver percorso davvero parecchi giri ieri con Michael Schumacher (127) e oggi con Nico Rosberg (139). Il secondo dei due tedeschi oggi è stato dietro aJean-Eric Vergne ma comunque a un secondo e mezzo dal top. Che questo gap comprenda i migliori otto è significativo e può indicare un maggior equilibrio prestazionale fra le varie monoposto. Del resto nemmeno nelle giornate precedenti si è evidenziato un "dominatore" e anche questo fa ben sperare per il campionato 2012. E la stessa Toro Rosso è sempre stata competitiva prima con Daniel Ricciardo e poi appunto con Vergne. Come pure la Force India ha anche svettato specie nella seconda giornata grazie a Nico Hulkenberg. 



Con queste premesse e qualcosa da verificare, dunque, il prossimo appuntamento sarà sempre sulla pista di Montmelò il 1 marzo, con la terza sessione di prove invernali. 




I TEMPI


1- Kobayashi  (Sauber)  1'22"312 -  145 laps
2- Maldonado  (Williams)  1'22"561 - + 0"249 - 134 laps
3- Di Resta  (Force India)  1'23"119 - + 0"807 - 101 laps
4- Button   (McLaren)  1'23"200 - + 0"888 - 115 laps
5- Massa   (Ferrari)  1'23"563 - + 1"251 - 103 laps
6- Webber   (Red Bull)  1'23"774 - + 1"462 - 85 laps
7- Vergne   (Toro Rosso)  1'23"792 - + 1"480 - 92 laps
8- Rosberg  (Mercedes)  1'23"843 - + 1"531 - 139 laps
9- Kovalainen  (Caterham)  1'26"698 - + 4"656 - 70 laps

fonte: Autosprint

Pareggio d'orgoglio e tanti interrogativi

Il diario del Vecchio - 27/02/2012 - Note RossoBlu

Pareggio d'orgoglio. Acciuffato all'ultimo. Un'acuto di Di Bari ha evitato la probabile sconfitta. Il resto poca roba. Dimostrazione di non essere in questo momento all'altezza della Ternana, una squadra che alla luce dell'incontro disputato al Liberati conferma ancora di più di meritare la vittoria del campionato. Squadra più organizzata, più forte come organizzazione e come forza offensiva. Dall'altra parte un Taranto senza idee, poca lucidità nella manovra, evanescenza totale davanti. Ma sicuramente, orgoglio, impegno. Un pari d'oro alla fine, ma tanta consapevolezza di aver probabilmente detto addio ai sogni di gloria di vittoria del campionato. Troppo difficile il margine da recuperare. La Ternana è sembrata più solida mentalmente. Il Taranto ancora una volto troppo nervoso, con un'evidente involuzione nei suoi uomini migliori. Il risultato poteva anche essere negativo. La Ternana, probabilmente, avrebbe meritato la vittoria. Bremec si è superato nel salvare la porta molte volte. Una squadra rossoblu' troppo contratta, con una forte distanza tra i reparti, un centrocampo troppo preoccupato a dover contenere piu' che a proporre. Tre nomi direi su tutti. Sciaudone, Rantier e Chiaretti: la fotocopia sbiadita dei giocatori tonici e gagliardi che abbiamo ammirato nel girone di andata. Limiti fisici e tecnici che stanno pesando. Una difesa che sembra non più solida come fino a tre partite fa. E poi tanto, troppo nervosimo. Ingiustificate le espulsioni di Antonazzo, Sciaudone e ancora una volta del troppo agitato Dionigi. La tensione si sente. Si carpisce. Si nota la poca tranquillità; probabilmente troppo caricata questa partita per quanto importante, forse decisiva per continuare a sperare nella vittoria diretta del campionato penalizzazioni permettendo. La tranquillità del ritiro di Pomezia non è evidentemente bastata. Qualche sussurro venuto dalla terra jonica non ha agevolato. La squadra dimostra di aver accusato il colpo della nuova penalizzazione. L'orgoglio non manca. Il pareggio arrivato nel finale dimostra, comunque, ancora una voltà della bontà professionale di questo gruppo e, probabilmente, fa ancora più rabbia se vediamo ciò che sta avvenendo fuori dal campo. La società continua a non far molto per rasserenare il gruppo. Ora bisogna scrollarsi di dosso l'inutile speranza e l'inutile pressione di una lotta con la Ternana diventata forse troppo snervante, troppa pressione, troppa convinzione, la speranza sempre di sperare nel passo falso. Oggi c'è stata la grande occasione, ma l'occasione non è stata sfruttata. Il Taranto non ha dimostrato di essere all'altezza della Ternana; gli umbri evidenziano qualcosa in più e oggi in campo ciò si è nettamente visto. Psicologicamente è ora di pensare al vero obiettivo, questo si alla portata dei rossublu, ovvero i playoff. E su questo occorre concentrare tutte le residue forze. Ci attendono dieci partite e trenta punti in palio.Il Taranto ha il dovere di difendere con le unghie e con i denti il secondo posto, lo deve per se stesso e per la piazza. Lo deve per quello che sul campo hanno dimostrato. Sono stati sempre li e hanno dimostrato sul campo di essere superiori alle dirette concorrenti. E per dare un segnale ad una società colpevolmente responsabile di tutto ciò che sappiamo. Ora inizia questo count down decisivo. Il calendario è micidiale a cominciare già da domenica prossima contro la Pro Vercelli, una partita forse più delicata ed importante di quella del "Liberati". Sarà partita durissima.Seconda contro terza con i piemontesi che dovranno recuperare una partita e con lo spettro della nuova penalizzazione del Taranto. Occorrerà assolutamente tornare al successo che potrebbe valere tanto per il proseguo del torneo e per distanziare quanto possibile la Pro Vercelli. Sarà una settimana importante. Due giorni di riposo poi da martedi inizierà un'altro campionato. Perchè ora l'obiettivo del Taranto è dimenticare la Ternana e pensare a finire alla grande in campionato, blindare il secondo posto e continuare a sognare. Per i giocatori, per il tecnico, per i tifosi e per la città. Non certo per la società e per il Presidente in primis, rei di aver creato un grosso danno ad un'ambiente che fino a qualche tempo fa era perfetto. Vergogna.

M. C.

venerdì 24 febbraio 2012

Clacioscommesse: speranza di cambiamento

Il diario del Vecchio - 24/02/2012

Il clan degli zingari. Una sorta di film drammatico che ha nuovamente, dopo Calciopoli, sconvolto il calcio italiano e lo sport in generale. Giocatori e presunti faccendieri uniti per alterare i risultati delle partite, per accomodare a favore di questa o quella squadra punteggi di gare sportive. Uno spaccato desolante e mortificante in un mondo calcistico già alle prese con le scorie di Calciopoli e con una conseguente fila lunga di polemiche, veleni e sospetti. Un calcio italiano sempre più poco credibile e con pochissimi esempi positivi. Tant’è che il buon Farina, calciatore del Gubbio, è stato quasi trattato da eroe, da persona al di fuori della normalità, solo per aver denunciato un tentativo di corruzione di una partita in cui lui stesso doveva essere protagonista ed eventualmente il favorito. Un Paese nella quale fa notizia questo, quando, in realtà, dovrebbe essere pura formalità. Ma tant’è. L’Italia è questa, anche questa. Il calcio è specchio di una nazione, si dice. Ebbene l’Italia è questa. La corruzione è il sistema più largamente diffuso di convivere “civile”. E lo sport non è da meno. Ha coinvolto recentemente anche il romantico ciclismo. Coinvolge anche lo sport più amato, più seguito e, perché, no, anche romantico: appunto il fùtbol. Le intercettazioni delle varie Procure titolari dell’inchiesta dimostrano come il sistema creato da questi clan fosse a dir poco certosino, la complicità dei calciatori palese, le società, alla fine, quelle maggiormente danneggiate, dove gli stessi dirigenti erano all’oscuro di tutto. E qui la solita tiritera sulla responsabilità oggettiva dei club che qui come non mai è oggetto di discussione in maniera condivisibile. Le prime condanne sono arrivate, ora si aspettano le altre. Il tutto con un filo conduttore. Severità e rigore. E quello che tutti ci aspettiamo. Anche perché risulta chiaro come il minimo comune denominatore sia il denaro. E si. Il Dio denaro. In un mondo dove, nonostante la crisi economica che imperversa nel mondo, non si può certo dire che la crisi morda pesantemente e a maggior ragione a certi livelli, non si badi molto al sottile pur di avere di più. Sempre di più. Per avere, in certi casi, una vita ancora più agiata, per permettere ai propri familiari di avere un tenore di vita ancora più alto, dall’altra la necessità di apparire, di avere sempre più visibilità. In realtà c’è solo tanto squallore e tristezza. La vicenda di Cristiano Doni è quella più sconcertante ma più evidente. Un giocatore cosi famoso, cosi ben remunerato nonché un simbolo della Bergamo calcistica, simbolo di questo marciume, disposto a frapporre i propri biechi interessi personali a quelli di una tifoseria e di una città intera. Un giocatore che ha anche avuto l’onore di rappresentare l’Italia nei mondiali di Giappone nel 2002. Un qualcosa di difficilmente sopportabile. E poi l’altro fatto inquietante. L’ombra dei clan, della malavita organizzata nella gestione di queste scommesse, soprattutto il Lega Pro, la ex serie C, teatro oramai di tanti episodi di gestione attribuita anche alle organizzazioni, tante realtà calcistiche del Sud in mano a sedicenti boss. Un sistema, dunque, in cui la criminalità organizzata ha alimentato i suoi profitti e si è servita dei calciatori per mettere in pratica i propri loschi affari. Calciatori non solo complici, stavolta, ma anche vittime. Lo sfondo è squallido. Le procure si sono attivate. Da Cremona, da Bari, da Napoli. Il procuratore generale della FIGC Stefano Palazzi è all’opera. Si attendono punizioni esemplari, radiazioni, condanne, penalizzazioni e forse retrocessioni. Si spera, più che altro, che ci sia un definitivo cambiamento, una sorta di anno zero. Il calcio ha bisogno di tornare ad essere credibile, una passione autentica e sincera. Lo stesso sistema di gestione delle scommesse va rivisto. Lo Stato, oltre a chi gestisce il calcio, deve intervenire affinchè vi sia l’assoluta certezza di regolarità. Magari ci sembra opportuno rivedere la questione di poter scommettere sulle ultime partite del campionato, laddove capita spesso che le squadre, avendo raggiunto il proprio obiettivo, si accontentano, non hanno quelle motivazioni giuste, avendo quella pessima abitudine tutta italiana di non onorare al meglio gli impegni, cosa che negli altri Paesi non esiste. Questione di cultura sportiva, che noi, purtroppo, non abbiamo. Ebbene sembrerebbe opportuno bloccare le scommesse, sospenderle per poi farle riprendere l’anno successivo; oppure, più semplicemente, qualora non vi sia certezza sulla regolarità del sistema, toglierle completamente. Urge un intervento immediato. Ma prima di tutto occorre fermezza nelle sentenze e nelle punizioni dacchè vi sia una sorta di deterrenza a commettere questi atti illeciti. Dunque, la speranza che vi sia una nuova cultura dello sport, un sistema di regole più certe e una comunione di intenti affinchè gli organi preposti combattino sempre più alacremente contro questo odioso fenomeno che rende sempre meno credibile questo sport e sempre più truccato e che, col tempo, porterebbe gli appassionati a non seguire più questo amato sport.

M. C.

giovedì 23 febbraio 2012

Campionato Serie A
24^ giornata 18/19 feb 2012

Cesena - Milan 1 - 3
Fiorentina - Napoli 0 - 3
Genoa - Chievo 0 - 1
Inter - Bologna 0 - 3
Juventus - Catania 3 - 1
Lecce - Siena 4 - 1
Novara - Atalanta 0 - 0
Palermo - Lazio 5 - 1
Roma - Parma 1 - 0
Udinese - Cagliari 0 - 0






La Classifica alla 24^

Milan 50
Juventus * 49
Udinese 42
Lazio 42
Roma 38
Napoli 37
Inter  36
Palermo 34
Cagliari 31
Chievo 30
Catania * 30
Genoa 30
Fiorentina * 28
Bologna * 28
Atalanta 28
Parma * 28
Siena 23
Lecce 21
Novara 17
Cesena * 16

* = una partita in meno

Non solo sport - Mani pulite: storia di coraggio

Sono passati 20 anni. 20 anni in cui si è scritto e detto di tutto. In cui tutti si sono dimenati, hanno criticato, elogiato. Tangentopoli. Uno dei momenti più drammatici e importanti della storia della Repubblica italiana. Un intero sistema politico in ginocchio. Una classe dirigente spazzata via. Più di 30 anni di Prima Repubblica “rasa” al suolo. Quel lontano 17 febbraio 1992 si aprì un grande solco, un qualcosa di indelebile. L’arresto di Mario Chiesa segnò la nascita di uno dei processi più controversi e duri che l’Italia abbia mai subito. I primi interrogatori. Le prime ammissioni, le indagini condotte da pool di magistrati della Procura di Milano i cui nomi hanno fatto storia; Francesco Saverio Borrelli ( Procuratore Capo della Repubblica di Milano), i magistrati Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo. Una squadra di grandi talenti. Coraggiosi, audaci, competenti. Mai la magistratura cosi supportata dall’opinione pubblica. Manifestazioni nelle piazze di appoggio e solidarietà a tutto il pool nel continuare le indagini; boom di iscrizioni alla Facoltà di Giurisprudenza di qualsiasi ateneo. Tanti giovani desiderosi di lavorare per lo Stato e con lo Stato a difesa della legge, per la legge, contro chi, quella legge, voleva eluderla, violentarla, infangarla, denigrarla. Un punto di riferimento fondamentale per una miriade di gente. Il convincimento di aver sostenuto una classe politica corrotta, delinquente, che si era servita del consenso popolare per manipolare i propri interessi, per arricchire i propri patrimoni, un convincimento doloroso e rabbioso ma mai cosi univoco. Un movimento di pensiero che oggi sembra preistoria, condizionato dalla guerra berlusconiana contro la magistratura, i giudici, le toghe politicizzate; una guerra che oggi ha delegittimato la figura del magistrato, lo ha reso debole, frastornato, poco protetto. Un opinione pubblica influenzata dal caimano berlusconiano che solo lontanamente ricorda quel movimento di lotta, di rabbia che fu al fianco della Procura di Milano negli anni di Tangentopoli. Un periodo caldo, dicevamo. Quel lontano 17 febbraio 1992 si aprì una pagina nera, dolorosa ma fondamentale. Tutto partì di li. Arresti a catena, vasi di Pandora che venivano scoperchiati, interrogatori fiume. La scoperta di un sistema totalmente marcio. La tangente come mezzo ultimo per questo o quel favore. Per truccare gli appalti, alimentare illecitamente le casse dei partiti, per alterare il regolare funzionamento dell’amministrazione pubblica. Un sistema di malaffare e di corruzione diffuso e inquietante che coinvolgeva, soprattutto, i politici e i partiti in generale. Le grandi forze democratiche storiche che avevano dominato la scena pubblica dal dopoguerra sino ad allora vivisezionate fino all’ultimo capello, smantellare come un rudere di campagna oramai sull’orlo del crollo. Grandi personalità e uomini politici mafiosi messi con le spalle al muro. Dalla Democrazia Cristiana al Partito Socialista, ai Liberali, ai Repubblicani, ai Socialdemocratici e in minima parte anche al PCI. Nel mezzo tante storie drammatiche e tragiche. Il suicidio di Gabriele Cagliari e di Raul Gardini, la faccia scavata e drammaticamente in difficoltà del democristiano Forlani durante l’interrogatorio in aula davanti al PM Di Pietro, il processo Cusani, il coinvolgimento di alti esponenti della Guardia di Finanza, la commistione politica-finanza, il sistema di finanziamento illecito dei partiti attraverso le c.d. “BUSTARELLE”. Un calderone che contribuì a sotterrare definitivamente la Prima Repubblica già notevolmente instabile con la caduta del Muro di Berlino, la fine della Guerra Fredda e la caduta del comunismo. I grandi protagonisti furono loro. Borrelli, Davigo, Di Pietro, Colombo; e dopo Ilda Boccassini, il magistrato di ferro e negli anni successivi la grande accusatrice di Silvio Berlusconi. Magistrati coraggiosi, talentuosi che hanno lavorato nel pieno rispetto delle regole, con il solo scopo di tutelare il diritto e la legge. Un grande servizio allo Stato, per lo Stato e, conseguentemente, per tutti i cittadini italiani. Poi, dopo, la classica macchina del fango in azione. Accusati, vilipesi, lasciati soli. Da li la chiara intuizione che essi avevano colpito nel segno, avevano colpito il sistema, scoperto la grande truffa. Quando ti attaccano, ti delegittimano, ti lasciano soli vuol dire che hai centrato l’obiettivo, che hai colpito li dove dovevi colpire, che hai lasciato il segno. Ciò che hanno dovuto sopportare loro è sotto gli occhi di tutti. Molti costretti alle dimissioni, il sogno di una super Procura anti-corruzione rimasto tale. Loro hanno scoperchiato un pentolone maleodorante, ne hanno vivisezionato tutti i particolari, hanno fermato un mostro e, pertanto, le conseguenze sono state dure. Negli stessi ambienti della giustizia non si sono lesinati commenti maligni, inopportuni e offensivi. Quando subisci tali vessazioni dall’interno ciò ti fa più male. Fa male proprio constatare come dall’interno del tuo ufficio, del tuo ambiente sei lasciato solo. Essi hanno posto fine in quel lontano 1992 ad un sistema che, alle spalle e all’insaputa dei cittadini, faceva e “sistemava” a proprio piacimento, a proprio comodo. Una sorta di anti-Stato. Complicità con le grandi organizzazioni criminali, compromessi con chi doveva aggiustare determinati meccanismi con in cambio il mantenimento economico proprio e del partito di appartenenza. Ebbene, a questi professionisti della legge, non si può non dire grazie. Il grande rammarico, semmai, è per ciò che è accaduto dopo. Per l’Italia. Per ciò che l’Italia non ha saputo sfruttare. Un Italia che non ha saputo approfittare del momento. Di questo anno zero che poteva ridare all’Italia nuovo slancio, nuovo impatto. Sulla politica, sull’economia, sul futuro benessere generale. Sulla grande sfida della modernità. Da quella vicenda non è cambiato nulla. Semmai la situazione è notevolmente degenerata portando fino ai giorni nostri una ventata di antipolitica, figlia di un modo di gestire la cosa pubblica sempre più disgustoso. La corruzione è aumentata. Il malaffare è aumentato. Negli ultimi 17 anni gli scandali sono aumentati. Hanno coinvolto tutti. La politica non ha fatto altro che imboccare un tunnel sempre più nero che ha portato l’opinione pubblica a reagire violentemente contro la casta. La nascita di movimenti civici contro i tradizionali partiti, le ascese di personaggi noti ( Beppe Grillo) che hanno catalizzato soprattutto la rabbia giovanile verso il sistema politico e dei partiti. Tangentopoli è stato un momento importante ma che la politica non ha saputo cogliere. Da una parte, una sinistra mai realmente proiettata al futuro, ancorata a vecchie, forse, mitologie del passato, che non ha saputo approfittare del momento per costruire quella grande forza progressista e socialdemocratica presente invece nei grandi Paesi europei, compiendo la sciagurata scelta di inglobare in se stessa personalità di altra storia politica creando quel Partito Democratico, molto “democristiano” e poco “progressista” che ha addirittura messo a rischio e guastato il buon nome della sinistra, l’ha resa similare ad un sistema di far politica vecchio e addirittura non lecito. Dall’altra parte, la più grande rovina culturale, politica e di costume che l’Italia abbia mai sopportato, negativamente influenzando la mente degli italiani ovvero il Berlusconismo.

M. C.

mercoledì 22 febbraio 2012

Nell'attesa di Terni

Il diario del Vecchio - 18/02/2012 - Note RossoBlu

Weekend di pausa e di tanta riflessione nell'ambiente tarantino. La questione stipendi si è conclusa con la mancata corresponsione dei contributi e con il pagamento parziale ( a quanto pare) di una parte degli emolumenti ai calciatori. Il tutto frutto del contributo per i diritti televisivi arrivato in settimana dalla Lega Pro, contributo che la Lega di terza serie ha avuto per un totale di 39 milioni di euro. Al Taranto 250mila euro che la società ha potuto "sfruttare" per poter intervenire in tal senso. E questo la dice lunga. Senza questo contributo la situazione sarebbe stata ancora peggiore. Alla faccia di ciò che qualche tempo fa disse proprio la società direttamente dalla bocca del vicepresidente Valerio D'Addario. Diciamolo. Una vera presa in giro. Un'altro, ennesimo comportamento che dimostra come la chiarezza non sia una prerogativa della società di Via Martellotta. Sponsor che non ci sono ( a parte la discutibile e un po assurda iniziativa dei Taranto Supporters che non depone a favore della serietà della famiglia D'Addario), crisi finanziaria, poca chiarezza. In mezzo a questo grande marasma, l'unico vascello che rimane in piedi in questo mare di tempesta è la squadra con l'allenatore in primis. Ci risulta assolutamente incredibile l'aver sbattuto davanti ai media l'unica persona che poteva essere "usata" per ciò che stava accadendo. La partecipazione del tecnico Davide Dionigi alla consueta trasmissione del martedi 100 sport magazine condotta da Gianni Sebastio è stata la dimostrazione lampante della "coda" di paglia della società. Nessun dirigente è andato pubblicamente a spiegare la situazione. L'immagine di Dionigi è quella più spendibile, rassicurante, preferita agli occhi dei tifosi. La faccia del tecnico è valsa più di mille parole. Ha detto e fatto quello che poteva. Traspariva in maniera chiara la difficoltà di Dionigi circa il dover remare tutti dalla stessa parte. Il sogno che cavalca il sogno. L'unità di intenti per arrivare al grande obiettivo. Dopodichè aprire gli eventuali processi. Capire il futuro. Saperlo decifrare. Le notizie più fresche parlano di un incontro tra squadra e una parte della dirigenza ( si badi bene non con il presidente D'Addario; era presente Mike Hulls) nella quale si è appurata la necessità di ricompattare l'ambiente e si è, al tempo stesso, assicurata la stessa squadra che presto saranno risolti i problemi finanziari. Garanzia più volte chiarita dalla società. L'impressione è che si sia trattato di un incontro di facciata, per tenere "caldi" e concentrati i giocatori. Nel mezzo tanti dubbi, poca chiarezza e la pessima sensazione dell'inizio di un lento declino. Le dicerie non mancano. Ma ci si attiene ai fatti. I fatti dicono che il Taranto rischia una nuova e pesante penalizzazione che costringerà la squadra alla nuova lotteria dei play off che a Taranto tutti guardando come il peggior incubo visto come è andata nelle precedenti occasioni. Una serie B sempre sfuggita per questo o per quel motivo. Per un pizzico di sfortuna, o incapacità o questioni extracalcistiche. E per chi conosce la storia recente del Taranto sono cose risapute. Non ci piace l'atmosfera che si respira nella Taranto calcistica. Alla vigilia di un crocevia importantissimo come la trasferta di Terni l'umore non è dei migliori. E nelle ultime due partite la cosa si è notata. Il nervosimo c'è, cosi come la poca tranquillità. Ci rimane l'unico baluardo, dicevamo. La professionalità di questi ragazzi e di questo che allenatori, artefici di un grande campionato che meriterebbero maggior rispetto e maggiore considerazione da una dirigenza che sulle sue spalle porta questa grande colpa, cioè il tentativo di distruggere il sogno. Ci sentiamo di condividere il messaggio e l'appello di Dionigi affinchè tutti continuino a remare dalla stessa parte. I tifosi lo stanno dimostrando, in casa come in trasferta, nei limiti del possibile. Si continuerà a sostenere questi ragazzi, ma è davvero dura non farsi coinvolgere da una questione societaria e gestionale alquanto inquietante.

M. C.

giovedì 16 febbraio 2012

Non solo sport - Litfiba

LITFIBA: IL RITORNO DEL “DINOSAURO”
Dopo quasi dodici anni di separazione dolorosa tornano i Litfiba. La band nata a Firenze nel 1982 negli scantinati di Via dei Bardi a Firenze e che ha lasciato un segno profondo ed indelebile nella storia del rock italiano. Nella Firenze new wave e dark degli anni 80 insieme ai Diaframma di Federico Fiumani, i Litfiba si sono resi protagonisti di una grande rivoluzione, di una grande sperimentazione musicale. Coniugare le atmosfere lugubri con testi introspettivi e duri per poi passare ad un rock più trasgressivo, con i riff potenti ed autentici del chitarrista Federico Renzulli ( Ghigo per tutti). La voce inconfondibile e ruvida nonché assolutamente unica del giovane Piero Pelù che da li a poco diventerà il front man indiscusso della band fiorentina; la tastiera soave e dolce del “marchese” Antonio Aiazzi, grande musicista diplomato al conservatorio, talento puro e carattere introspettivo; la batteria rude e tosta del compianto Ringo de Palma ( al secolo Luca de Benedictis) scomparso prematuramente e che la band ha voluto ricordare nella bella ballata “Il volo”; il basso tecnico di Gianni Maroccolo ( collaboratore poi nei CCCP e nei piemontesi Marlene Kuntz). Insieme a loro sono stati percorsi quasi diciotto anni di carriera che hanno visto all’opera altri artisti entrare nella band in sostituzione di De Palma e Maroccolo. Come dimenticare Daniele Trambusti, grande grinta e tecnica alla batteria, Daniele Bagni al basso e grande protagonista nel lavoro del 1994 “Spirito”, le percussioni del compianto Candelo Cabezas e la grande bravura mista ad un’ottima intesa del chitarrista emiliano Federico Poggipollini ( entrato poi nella band di Luciano Ligabue, un duo rimasto celebre e tuttora saldo). Una carriera costellata da grandi emozioni, una forza d’urto che piano piano ha conquistato le piazze e i palazzetti di tutta Italia e non solo e che ha rivoluzionato il rock italiano, l’ha reso forte anche nel resto d’Europa. I testi dissacranti e contestatori, la vera essenza del rock, uno squillo di rabbia nei confronti di una società spesso bigotta ed ipocrita. Una grande onda che ha portato la band sempre più in alto. Poi all’apice del più bello, il crollo. I litigi. Le divergenze. Soldi. Marchi. Diversità di obiettivi. I fans si sono divisi. Si sono scatenate le discussioni più forti. La band si è spesso chiusa in una divisione interna mai del tutto chiarita ma che ha lasciato tanto ma tantissimo amaro in bocca. Un sodalizio quasi indissolubile agli occhi di tutti. Un muro granitico. Il trio Pelù-Aiazzi-Renzulli come una trimurti, una triade quasi divina. Poi il burrone. I primi segnali con l’uscita nel 1997 di “Mondi Sommersi”, quasi un’avvertimento di qualche scricchiolio nei paraggi, un rock che si allontana sempre di più ma che si sposa con un Pop mai digerito in primis da Renzulli travolto probabilmente dalla grande popolarità di Pelù, orientato oramai verso una carriera da solista ma orientato soprattutto su contesti forse più “commerciali” e orecchiabili e non più come una volta. L’uscita di “Infinito” decreta la totale fine del totem Litfiba per come lo si era concepito e ammirato. Uno dei dischi più discutibili ed inutili degli ultimi ventanni che provocarono la stessa sdegnata reazione dei fans. Un po quello che successe con l’uscita di “St. Anger” dei Metallica. Poi appunto,la separazione, avvenuta alla fine del 1999. Dolorosissima. Un momento difficile per il rock italiano, tanto dispiacere e disorientamento nella band.I tentativi di Renzulli di dare una nuova svolta al gruppo con l’ingaggio del front man Gianluigi Cavallo, del bassista Gianmarco Venier e del batterista Gianmarco Colzi, l’uscita di “Elettromacumba” e di “Insidia” ma il progetto naufraga, non raccoglie consensi e suscita perplessità. Dopo stanb by. Mentre Pelù da solista riesce in qualche modo a barcamenarsi con qualche pezzo da radio, da tormentone estivo. Ma anche per lui dura poco. Dopo qualche anno di silenzio. Come una sorta di riflessione. Uno stand by sulla vita. Su ciò che si è fatto e probabilmente sulla dolorosa fine dei vecchi Litfiba e sui motivi dolorosi della rottura con Ghigo. A distanza di tanti anni all’inizio del 2010 iniziano ad esserci i primi mormorii, le prime indiscrezioni. Forse Piero e Ghigo tornano insieme. Il web si scatena. La speranza piano piano si fa forte. L’incredibile potrebbe verificarsi. Ebbene intorno alla fine di febbraio, l’ufficialità della reunion con in cantiere un paio di pezzi inediti ( e si tratta di “Sole nero” e “Barcollo”, i due inediti poi presenti nel tour dal vivo e nel disco “Stato libero di Litfiba”). Alcuni giornali specializzati parlano di lavori fatti nel silenzio totale in presunte tenute di campagna alle porte di Firenze, di incontri segreti fatti di notte davanti ad una birra. Un nuovo incontro tra due vecchi amici. Si diradano gli attriti. Si chiariscono i problemi. E come una bomba ecco il tour. Italiano ed europeo. Una bomba straordinaria. Numeri impressionanti di spettatori. Fans in delirio. Una reunion riuscitissima. Come se il tempo non fosse mai passato. Ed ora il ritorno in studio. E l’uscita di “Grande nazione”, lavoro nuovo con Daniele Bagni al basso, unico superstite della vecchia band, Pino Fidanza alla batteria e Federico Sagona alla tastiera a ricordare ( o meglio, tentare) il “marchese” Aiazzi. Un lavoro non strabiliante ma sicuramente forte, intenso. C’è una parvenza di ricordo dei vecchi Litifba, testi sempre pieni di contestazione e rabbia nonché ironia sul mondo che ci circonda, sulla nostra non politica e sui nostri politici in generale. Un lavoro comunque più che discreto con un punto in più per il singolo “La mia valigia”, un bel testo e una melodia molto “litfibiana”. Un ritorno vero, comunque. Un ritorno gradito. Che per i vecchi romantici del rock non poteva non essere positivo. Perché chi è rocker italiano non può non avere i Litfiba nel cuore.
M. C.

mercoledì 15 febbraio 2012

Roma 2020: Immagine di un'Italia che non c'è più

Il diario del Vecchio - 15/02/2012

Un altro giorno nero per l'Italia sportiva e per l'Italia intera. Il governo Monti ha confermato di non poter supportare la candidatura olimpica di Roma per il 2020 in quanto la copertura finanziaria e la situazione attuale del nostro Paese non permette di garantire uno sforzo cosi imponente. L'Italia, ancora una volta, dimostra la sua fragilità agli occhi del mondo. Un Paese lacerato dalla crisi economica e politica che avrebbe potuto riemergere attraverso il volano dei Giochi Olimpici, che spesso, nella storia, ha cambiato la fisionomia non solo delle città protagonista ( si veda il caso di Barcellona nel 1992 e Atlanta nel 1996) ma dei Paesi che hanno ospitato i giochi. Economicamente e socialmente le Olimpiadi hanno portato ricchezza, lavoro, modernità e cambiamento. Roma e l'Italia non sono stati in grado di cogliere questa grande occasione. Usciamo sconfitti tutti. Come sempre. Un immagine ancora più compromessa, più nera di un Pase che non conta più. Intendiamoci. Decisione probabilmente saggia. La responsabilità non la si può certo attribuire a Mario Monti. Non ha fatto altro che prendere una decisione probabilmente saggia, inevitabile e, chissà, a malincuore. Ma tant'è. Il fallimento è da attribuire ad una classe politica incapace e corrotta. Perche' si. Il Paese è cio' che mangia. Gli uomini che gestiscono la "cosa pubblica" sono specchio di un Paese. Ventanni di parrucconi e autentici pigmei del non saper fare. L'occasione del rilancio non solo di una città ma di una nazione intera. Nel 1960 grazie alle Olimpiadi romane, Roma e l'Italia ne trassero beneficio. Ma era un'altra Italia, l'Italia del boom economico, l'Italia della labororiosità, l'Italia di Peppone e Don Camillo, scarpe grosse e cervello fino; un Italia uscita lacerata e distrutta dalla guerra che tramite l'avvento della democrazia e della Repubblica cercava di uscire dal burrone. E ce la fece. Perchè era un Italia di uomni veri, forti, che amavano la loro patria e la loro terra che senza bunga bunga, corruzione, mafia, veline e grandi fratelli, costruivano il futuro per se e per i propri figli. Cultura, politica, sport. Soprattutto lo sport. La via più bella, più genuina per rifondare, per ricominciare a crescere. Invece ai giorni nostri solo fango, delusioni, amarezze e incompetenza. Un immagine sempre più sbiadita. E ora le solite tiritere. E' colpa di quello, e' colpa di quell'altro. Politica che si scanna, presunti esperti che si permettono il lusso di intervenire. Un sindaco di una grande città nel più totale imbarazzo. La figuraccia è palese. Non è stato sufficente assistere al teatrino delle responsabilità nei giorni del maltempo, una diatriba stucchevole e allucinante in un Paese che non sa fronteggiare nessuna emergenza. Ma forse è meglio cosi. Non può un Paese attuale come l'Italia garantire su qualsiasi cosa. Non può un Paese cosi lacerato e mal ridotto saper organizzare una manifestazione cosi importante mediaticamente ed economicamente come un Olimpiade. Chi ha contribuito a questa ulteriore figuraccia italiana deve avere il buon gusto di farsi da parte. Di lasciare il campo a nuove forze. Un anno zero totale. Per il bene di tutti. Per il bene dell'Italia. 

M. C.

martedì 14 febbraio 2012

Non solo sport - Eternit

Giustizia e civiltà. La lezione della procura di Torino.
Martedì 14 febbraio 2012 - a cura di M. C.

Quarantanni di battaglie. Quarantanni di ricerche, dubbi, perplessita' e dolori. Tanti dolori. Ieri in quel del Tribunale di Torino, già teatro del grande processo contro il colosso Thyssen Kroup, si è consumata una nuova grande pagina di giustizia. Attore ancora una volta protagonista e decisivo la procura di Torino nel nome del Dr. Raffaele Guariniello, già famoso per il celebre processo contro la Juventus circa il doping che porto' alla condanna dell'allora medico bianconero Dr. Agricola. Guariniello, insieme alla supervisura e all'appoggio tecnico, giuridico e morale del procuratore capo dr. Giancarlo Caselli, balza ancora una volta agli occhi della cronaca giudiziaria per una battaglia, non solo legale, ma anche morale e umana per una tematica cosi drammatica e delicata come il caso amianto. Il grande processo contro l'Eternit, azienda che nel corso di decenni ha avuto alle proprie dipendenze centinaia e centinaia di lavoratori fa i conti con una giustizia italiana lenta si, ma stavolta efficace e dura. Si è riconosciuto, in sostanza, che l'azienda esercitava la propria attività costringendo i propri lavoratori a operare in una condizione di gravissimo pericolo in quanto a contatto con una fibra micidiale. L'amianto. Un potente omicida. Causa preponderante di una delle neoplasie più terribili, il mesotelioma pleurico. Tale neoplasia, secondo le statistiche, è uno dei tumori che provoca la maggiore mortalità tra gli uomini e, in principal modo, tra i lavoratori che giorno dopo giorno sono a contatto con questo "assassino". Una battaglia legale e umana condotta dalla procura di Torino con impegno, dedizione e grandi difficoltà. D'altronde si sa. Combattere contro i grandi colossi aziendali è sempre stata una battaglia durissima nella quale i vari fronti che si sono aperti sono sempre stati sofferti, amari, complicati. Davide contro Golia. Il potere del profitto e delle connivenze capitaliste e politiche che hanno cozzato con l'interesse, la dignità e la vita dei lavoratori. La procura di Torino non ha mollato. Ha proseguito nel suo cammino. Con a capo sempre il rispetto dell'uomo, il rispetto della legge, il rispetto per la dignità dei lavoratori e del lavoro come vero massimo comune denominatore della vita umana. Un lavoro troppo spesso vilipeso, stuprato nella sua essenza. La giustizia ha colpito nel suo segno. Per il rispetto delle regole. Commovente vedere il volto dei parenti delle tante, troppe vittime del mesotelioma da amianto. Volti di gente comune. Volti di gente che ha perso una parte della propria vita. Ha perso i propri cari. Spesso nelle varie manifestazioni per la difesa dei diritti dei lavoratori, si è sentito partire lo slogan che oramai è diventato un simbolo di ribellione, di rabbia forte: "NON SI MUORE PER IL LAVORO". Una frase dura, forte, ma che non può non essere condivisibile. Il lavoro nel suo senso più profondo, più filosofico e antropologico del termine è vita. Si lavora per vivere. Per realizzarsi. Per avere una propria posizione nella società civile. Il lavoro nobilita l'uomo. E deve essere qualcosa di nobile. Il lavoro è un diritto di tutti che non può sottindere una terribile beffa. Quella beffa celata dall'amianto e dalle tante altre sostanze tossiche con la quale i nostri lavoratori sono a contatto senza, spesso, protezione ma soprattutto conoscenza, formazione, sapere. Lo strupro autentico che il mondo del lavoro ha avuto da una politica vergognosa, complice e ignorante ma, allo stesso punto cinica e spietata nel non vedere, non intervenire è andata sulla stessa retta di una classe aziendale ed imprenditoriale chiusa nelle stanze dei bottoni degli uffici e delle scrivanie, chiusa nella propria torre d'avorio, nella propria campana di vetro. E troppo spesso anche la magistratura in molti casi e in molte realtà spesso del Sud non è stata particolarmente incisiva, forte, presente. La procura di Torino, dopo la grande conquista di civiltà e di giustizia che ha portato alla sentenza contro la Thyssen Kroup, un autentica pietra miliare nell'ambito del diritto penale del lavoro e nel diritto processuale generale, si è ancora una volta contraddistinta per un'altra pietra miliare storica. Aver dimostrato e aver convinto con un impianto accusatorio forte, fatto di prove certe, di indagini particolareggiate, di perizie e controperizie mediche che l'amianto è stato davvero portatore di morte tra i lavoratori. Che tutti quei casi di mesotelioma pleurico non erano frutto di chissà quali motivi ma perchè si lavorava a contatto con l'amianto con colpevole consapevolezza. Un qualcosa che difficilmente in qualsiasi paese civile può essere mai tollerato. La premiata ditta Guariniello-Caselli dimostra come, quando la magistratura viene messa nelle condizioni di lavorare e quando l'equipe di magistrati che assolve al proprio compito di garanti e difensori della legge e dello Stato è caratterizzata da uomini preparati, forti e coraggiosi, alla fine il risultato lo si ottiene. I risarcimenti ottenuti dai familiari delle vittime dell'amianto non potranno certo mai alleviare la sofferenza e il dolore da loro patiti ma in piccolissima parte sono una piccola consolazione per una battaglia sofferta e difficile ma che alla fine ha portato ad un risultato importante e che sarà il simbolo delle prossime ( si spera di no) battaglie contro chi crede che il lavoro sia fonte solo di profitto e morte e non di vita e dignità. Perche' come giustamente si dice, non si muore per il lavoro.


M. C.

Soldi sporchi di sangue

Il diario del Vecchio - 10/02/2012 - Note RossoBlu


Non più tardi di tre anni anni fa il sig. Enzo D'Addario entrava a far parte del Taranto Calcio, in primis al 50% con l'imprenditore manduriano Luigi Blasi, ex proprietario del sodalizio rossoblù e poi, con un colpo a sorpresa, rilevò il restante 50% di Blasi divenendo a tutti gli effetti l'unico proprietario della società. Il Taranto. Già. Il nostro caro Taranto. Emblema della città ionica, patrimonio di un'intera comunità, simbolo del riscatto di una collettività spesso ( anzi, troppo spesso) bistrattata, calpestata nella sua dignità, nella sua essenza. Tante volte questa città si è immedesimata nella squadra di calcio per poter emergere, per poter contare qualcosa. Ebbene. Molti diranno. Troppo comodo. Come può una città come Taranto sperare di emergere in un contesto di degrado culturale, economico, sociale, direi quasi , antropologico? Il riferimento principale è al nostro presidente. Tacciato di essere l'esempio principe della più rinomata "imprenditoria" ionica, simbolo del lavoro, capacità manageriale, capacità gestionale. Nel calcio niente di tutto questo. Eppure le premesse erano roboanti. Grandi investimenti. Stadio nuovo o comunque ristrutturazione dell'attuale Stadio "E. Jacovone". Cittadella dello sport e cosi via. Ricordo un'intervista del dirigente rossoblù e stretto collaboratore di D'Addario, il dr. Mike Hulls, parlare in questi termini, e, si presume, con un chiaro mandato della società. Un presidente ed una dirigenza troppo spesso coccolati ( in primis il sottoscritto non era dispiaciuto dall'entrata di D'Addario nel Taranto contando sulla sua storia imprenditoriale, su ciò che aveva conosciuto, su ciò che è riuscito a costruire anche economicamente). Certo, fino a qualche tempo fa, abituati ad esperienze passate di fallimenti letterali, coccodrilli truffatori, padri-padroni e gestioni dilettantesche, non potevamo che constatare lo sforzo della famiglia D'Addario nel ridare alla Taranto calcistica una nuova dignità sia come gestione che come rapporti. Dalla ricostruzione del settore giovanile, al marketing, al merchindising, al settore comunicazione, alla presenza costante del presidente sui media locali ( dunque un continuo confronto con tifoseria e mondo del'infrmazione) al pagamento degli emolumenti a calciatori e tecnici. In poco tempo a Taranto si era ricreato un'eldorado. Perchè D'Addario pagava. Era puntuale. Era presente. Si faceva sentire. In tutto. E badate bene, pur non essendo un tifoso di calcio, un appassionato. E qui è il punto. E ora? Che succede? Da qualche mese si scoprono gli altarini. Stewart non pagati. Calciatori e tecnici senza stipendio da mesi. Fatica a trovare liquidità. Si diraà: bè, la crisi incombe, specie nel settore auto. D'accordo. Su questo punto di vista nulla quaestio. Ma poi esce la storia della volontà del re dell'auto di entrare nel Grottaglie Calcio, quindi comunque un investimento economico, l'entrata della famiglia in altri affari, eppure nel Taranto Calcio qualcosa si inceppa. Il padre che scappa, che non parla, che sta in silenzio, che si limita a qualche striminzita dichiarazione, il figlio Valerio mandato in bocca al lupo dell'informazione facendo spesso la figura del rappresentante, del nuntius che come nell'antica Roma faceva da portavoce dell'Imperatore di turno. D'improvviso accuse a destra e a sinistra. C'è chi vuole minacciare, c'è chi vuole destabilizzare. E nessuno viene allo stadio. E nessuno crede nel progetto. Quante volte abbiamo sentito queste cose. Domanda: ma se un'imprenditore è in difficoltà non può cercare di trovare qualcuno che lo possa affiancare, o, nel caso estremo, farsi da parte? In un breve lasso di tempo siamo passati dai grandi proclami, dal "tutto ok", "tutto perfetto", "grande gestione", "taranto come modello per tutta la serie C italiana, "una delle poche società in regola" ( tanto da meritarsi un'apprezzamento da parte della stessa COVISOC) al silenzio, al rifugiarsi in corner, dall'accusare. Ma come mai improvvisamente non vengono pagati più gli stipendi? Come mai un ufficio legale di indubbio spessore non prepara il ricorso per l'assurda penalizzazione per via del calcioscommesse ( si parla di responsabilità presunta, non so si rende l'idea)?  Come mai quell'inceppo con il credito sportivo per la questione Branzani? Tante domande. Pochissime risposte. E, quindi, chiarezza zero. E ora? Arriviamo al dunque. Intervengono le istituzioni. D'Addario continua a non parlare. Spuntano presunte forze imprenditoriali disposte a dare una mano per evitare un'altra penalizzazione. E chi sono questi angeli del cielo? L'Ilva? L'Eni? La Cementir? Ebbene si. Per quanto l'Eni abbia fatto intendere di non voler intervenire ( anche se i rumours parlando addirittura di un interessamento dell'azienda in questione per l'eventuale ristrutturazione dello stadio...siamo all'assurdo), le grandi presenze industriali del nostro territorio dovrebbero intervenire nell'aiutare la squadra di calcio per salvarla dall'irreparabile? E perchè? E per cosa? Per pulirsi la coscienza? Per puro contentino? Per la famosa questione del risarcimento per i danni ambientali e sanitari prodotti? Dovremmo essere presi in giro da questi signori che hanno sulla coscienza morti sul lavoro, disastri ambientali, connivenze di ogni tipo? Ebbene io i soldi sporchi di sangue non li voglio. Tanti non li vogliono. Se ancora una volta Taranto deve abbassarsi a tanto, allora davvero è venuto il momento di dire basta. Basta alla speranza di poter davvero crescere come mentalità, come maturità, come senso di appartenenza, come alla speranza di poter fronteggiare con orgoglio e coraggio questi bestioni che ci hanno colonizzato, portato si lavoro ma fregandosene altamente del resto, con la stragrande maggioranza della politica che non ha fatto altro che stare zitta, convivere con tutto ciò, con evidente convenienza personale. E gli altri dove sono? Le famose aziende tarantine?? I famosi imprenditori tarantini dove sono?? Se si parla di sport e, nel particolare, di calcio, non vogliamo ricatti, contentini, pacche sulle spalle, contributi come se fossimo degli sfigati. Ancora una volta una pagina nera. E gli scenari potrebbero essere terrificanti. E se questa situazione fosse l'anticamera per l'entrata nel calcio tarantino di questi colossi? Il solo pensiero è da brividi. Tocca lo stomaco. E il dramma è che probabilmente la maggior parte dei tarantini ancora una volta dimostrerebbe la propria pochezza e la propria prerogativa di essere delle prostitute intellettuali.


M. C.