Il diario del Vecchio - 24/02/2012
Il clan degli zingari. Una sorta di film drammatico che ha nuovamente, dopo Calciopoli, sconvolto il calcio italiano e lo sport in generale. Giocatori e presunti faccendieri uniti per alterare i risultati delle partite, per accomodare a favore di questa o quella squadra punteggi di gare sportive. Uno spaccato desolante e mortificante in un mondo calcistico già alle prese con le scorie di Calciopoli e con una conseguente fila lunga di polemiche, veleni e sospetti. Un calcio italiano sempre più poco credibile e con pochissimi esempi positivi. Tant’è che il buon Farina, calciatore del Gubbio, è stato quasi trattato da eroe, da persona al di fuori della normalità, solo per aver denunciato un tentativo di corruzione di una partita in cui lui stesso doveva essere protagonista ed eventualmente il favorito. Un Paese nella quale fa notizia questo, quando, in realtà, dovrebbe essere pura formalità. Ma tant’è. L’Italia è questa, anche questa. Il calcio è specchio di una nazione, si dice. Ebbene l’Italia è questa. La corruzione è il sistema più largamente diffuso di convivere “civile”. E lo sport non è da meno. Ha coinvolto recentemente anche il romantico ciclismo. Coinvolge anche lo sport più amato, più seguito e, perché, no, anche romantico: appunto il fùtbol. Le intercettazioni delle varie Procure titolari dell’inchiesta dimostrano come il sistema creato da questi clan fosse a dir poco certosino, la complicità dei calciatori palese, le società, alla fine, quelle maggiormente danneggiate, dove gli stessi dirigenti erano all’oscuro di tutto. E qui la solita tiritera sulla responsabilità oggettiva dei club che qui come non mai è oggetto di discussione in maniera condivisibile. Le prime condanne sono arrivate, ora si aspettano le altre. Il tutto con un filo conduttore. Severità e rigore. E quello che tutti ci aspettiamo. Anche perché risulta chiaro come il minimo comune denominatore sia il denaro. E si. Il Dio denaro. In un mondo dove, nonostante la crisi economica che imperversa nel mondo, non si può certo dire che la crisi morda pesantemente e a maggior ragione a certi livelli, non si badi molto al sottile pur di avere di più. Sempre di più. Per avere, in certi casi, una vita ancora più agiata, per permettere ai propri familiari di avere un tenore di vita ancora più alto, dall’altra la necessità di apparire, di avere sempre più visibilità. In realtà c’è solo tanto squallore e tristezza. La vicenda di Cristiano Doni è quella più sconcertante ma più evidente. Un giocatore cosi famoso, cosi ben remunerato nonché un simbolo della Bergamo calcistica, simbolo di questo marciume, disposto a frapporre i propri biechi interessi personali a quelli di una tifoseria e di una città intera. Un giocatore che ha anche avuto l’onore di rappresentare l’Italia nei mondiali di Giappone nel 2002. Un qualcosa di difficilmente sopportabile. E poi l’altro fatto inquietante. L’ombra dei clan, della malavita organizzata nella gestione di queste scommesse, soprattutto il Lega Pro, la ex serie C, teatro oramai di tanti episodi di gestione attribuita anche alle organizzazioni, tante realtà calcistiche del Sud in mano a sedicenti boss. Un sistema, dunque, in cui la criminalità organizzata ha alimentato i suoi profitti e si è servita dei calciatori per mettere in pratica i propri loschi affari. Calciatori non solo complici, stavolta, ma anche vittime. Lo sfondo è squallido. Le procure si sono attivate. Da Cremona, da Bari, da Napoli. Il procuratore generale della FIGC Stefano Palazzi è all’opera. Si attendono punizioni esemplari, radiazioni, condanne, penalizzazioni e forse retrocessioni. Si spera, più che altro, che ci sia un definitivo cambiamento, una sorta di anno zero. Il calcio ha bisogno di tornare ad essere credibile, una passione autentica e sincera. Lo stesso sistema di gestione delle scommesse va rivisto. Lo Stato, oltre a chi gestisce il calcio, deve intervenire affinchè vi sia l’assoluta certezza di regolarità. Magari ci sembra opportuno rivedere la questione di poter scommettere sulle ultime partite del campionato, laddove capita spesso che le squadre, avendo raggiunto il proprio obiettivo, si accontentano, non hanno quelle motivazioni giuste, avendo quella pessima abitudine tutta italiana di non onorare al meglio gli impegni, cosa che negli altri Paesi non esiste. Questione di cultura sportiva, che noi, purtroppo, non abbiamo. Ebbene sembrerebbe opportuno bloccare le scommesse, sospenderle per poi farle riprendere l’anno successivo; oppure, più semplicemente, qualora non vi sia certezza sulla regolarità del sistema, toglierle completamente. Urge un intervento immediato. Ma prima di tutto occorre fermezza nelle sentenze e nelle punizioni dacchè vi sia una sorta di deterrenza a commettere questi atti illeciti. Dunque, la speranza che vi sia una nuova cultura dello sport, un sistema di regole più certe e una comunione di intenti affinchè gli organi preposti combattino sempre più alacremente contro questo odioso fenomeno che rende sempre meno credibile questo sport e sempre più truccato e che, col tempo, porterebbe gli appassionati a non seguire più questo amato sport.
M. C.
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